Il lavoro e le vite di alcune guardie del “Miglio Verde” verranno sconvolte dall’arrivo di un enorme carcerato nero che compie miracoli. Insieme si alternano le vicissitudini di molti personaggi, per lo più carcerati che finiranno col perdere la vita sulla sedia elettrica.
Darabont firma il suo secondo film sia alla regia che alla sceneggiatura (da un libro di Stephen King), tornando nell’ambiente carcerario, anche se qui in maniera più fiabesca e con mano meno leggera (sembra un paradosso ma non lo è).
La prima cosa che salta all’occhio è, naturalmente, la durata, ben 3 ore, stemperate fortunatamente con una dose massiccia di ironia e con le sorprese ben congegnate nella narrazione, la quale è forse il vero punto di forza, ricca di fascino, atmosfera e di digressioni; ne consegue che dopo metà pellicola si sono già toccati molti argomenti, come la morte (e la vita), l’amicizia, la fiducia, la malvagità, la giustizia – vista anche come riflessione sulla pena capitale -, il tempo, la melanconia e via discorrendo. Il tocco non è mai banale, ma è incerto quando descrive i personaggi che popolano questo mondo fantastico, con qualche stereotipo e qualche macchietta di troppo.
Nella seconda parte c’è un calo notevole, con facili invenzioni (?) per tirare su le palpebre, suspense elementare, eccessi drammaturgici. Tom Hanks non regala una delle sue migliori interpretazioni, colpa anche del personaggio che lo costringe ad essere legnoso, mono-corde, mono-espressivo.
La regia ha picchi di manierismo, o comunque non lascia intravedere nulla di nuovo, anche se lo stile darabontiano è riconoscibilissimo, soprattutto nell’uso della dilatazione dei tempi narrativi, e nell’ironia di fondo (anche se, non dimentichiamolo, la sceneggiatura è tratta da un libro di King).
Il resto è accozzaglia hollywoodiana ammassata sufficientemente. In finale: non vederlo non rimane un grave peccato. Meglio “Le ali della libertà”, anche se i livelli più o meno sono sempre quelli.
Travis (Andrea D’Emilio)