Scheda film
Regia: Leonardo Di Costanzo
Soggetto: Maurizio Braucci, Leonardo Di Costanzo
Sceneggiatura: Leonardo Di Costanzo, Mariangela Barbanente, Maurizio Braucci
Fotografia: Luca Bigazzi
Montaggio: Carlotta Cristiani
Scenografie: Luca Servino
Costumi: Kay Devanthey
Suono: Christophe Giovannoni
Italia/Svizzera/Germania, 2012 – Drammatico – Durata: 90′
Cast: Salvatore Ruocco, Francesca Riso, Alessio Gallo, Carmine Paternoster, Antonio Buil Puejo, Jean Ives Morard
Uscita: 5 settembre 2012
Distribuzione: Cinecittà Luce
Sale: 22
Come uccelli in gabbia
“Succede che gli uccelli che vivono in gabbia, anche se gli apri la porta non fuggono. I cardellini, a volte, dalla rabbia si scagliano contro le sbarre. Ma pure loro, se gli apri la griglia non scappano. Se ne stanno lì, in un angolo, a guardare. Forse sono tentati di volare via, ma non trovano il coraggio”. Veronica e Salvatore, i giovani protagonisti de L’intervallo di Leonardo Di Costanzo, pluri-premiato e apprezzato regista di documentari qui all’esordio dietro la macchina da presa in un lungometraggio di finzione, sono proprio questo: due uccelli che vorrebbero fuggire dalla gabbia fatta di sbarre fisiche e mentali che li imprigiona, ma non ne hanno il coraggio, anche quando per entrambi si prospetta la possibilità di farlo.
L’ennesima possibilità di fuga arriva in un giorno come tanti quando la coppia si trova rinchiusa in un enorme edificio abbandonato di un quartiere popolare. L’uno deve sorvegliare l’altra. Lei è la prigioniera, lui è obbligato dal capoclan di zona a fare da carceriere. Malgrado la giovane età, ambedue sono troppo cresciuti: Veronica sui comporta da donna matura e spregiudicata, Salvatore da ometto che deve badare al lavoro e alla tranquillità. Così, di fronte alla violenza di quella reclusione, i due giovani hanno reazioni diverse: Veronica scalpita e si ribella; Salvatore è più remissivo e accomodante, non si sa se per paura o per realismo. Sono entrambe vittime ma è come se ognuno desse la colpa all’altro della propria reclusione. Col passare delle ore, però, l’ostilità tra i due si trasforma in un’inevitabile intimità, fatta di scoperte e di confessioni reciproche. Tra le mura di quel luogo isolato e spaventoso, Veronica e Salvatore trovano il modo di riaccendere i sogni e le suggestioni di un’adolescenza messa troppo in fretta da parte. I due ragazzi vivono così un improvviso intervallo dalle loro esistenze precocemente adulte, tentati alla fine di trasformare quella fuga fantastica in una vera evasione prima che la banda venga a presentare a Veronica il proprio verdetto.
Ne viene fuori una sorta di match di pugilato consumato dall’alba al tramonto tra le mura di un edificio fatiscente che si tramuta in un ring dove i due ragazzi si fronteggiano prima fisicamente e poi dialetticamente. Uno scontro ad armi pari fatto di parole e silenzi, gesti e azioni mancate, destinato a cambiare pelle per divenire un incontro di anime in cerca di complicità. Un percorso di conoscenza che ha il sapore di un romanzo di formazione vissuto in un battito di ciglia e il retrogusto amaro di un dramma immerso nel quotidiano. Ma soprattutto, un racconto d’amore spezzato, di poesia calpestata, per narrare le difficoltà di essere adolescenti nella periferia violenta di una metropoli contemporanea, come lo definisce il regista. Un racconto che nel suo scorrere sullo schermo regala momenti di straordinaria intensità, frutto della forza espressiva e della naturalezza recitativa di un cast di grande qualità: dalla tenera e divertente parodia de L’Isola dei famosi messa in scena da Salvatore e Veronica a bordo della barca abbandonata negli scantinati allagati dell’edificio al duro faccia a faccia notturno tra la protagonista e il capoclan Bernardino.
Presentato in Concorso nella sezione “Orizzonti” della 69esima Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia e nella prestigiosa vetrina dell’ultima edizione del Festival di Toronto, per poi approdare nelle sale a partire dal 5 settembre, L’intervallo è una storia universale, incastonata però in una narrazione essenziale e scarna, che si alimenta del rapporto e delle dinamiche empatiche che si vanno a instaurare fotogramma dopo fotogramma tra i pochi personaggi in scena, piuttosto che di un plot di largo respiro. Il risultato è un’opera costruita su un efficace e solido impianto dialogico ed emozionale, scelto per condurre in porto l’esile scheletro drammaturgico e narrativo. Una scelta che riporta alla mente il folgorante L’estate di Giacomo, che con l’opera prima di Di Costanzo condivide anche il rigore della messa in quadro, sorretta quest’ultima a sua volta da uno sguardo che riporta all’approccio tecnico-stilistiche che è caratteristico del cinema dell reale. E non poteva essere altrimenti visto il lungo e proficuo passato nel documentario, dal quale il regista di Ischia non ha voluto allontanarsi nemmeno adesso che il cinema di finzione gli ha finalmente aperto le porte. Lo si vede nell’interazione della macchina da presa principalmente a spalla con gli spazi e negli spazi, nell’attaccamento sacrale e contemplativo ai corpi pedinati, scrutati e spiati in silenzio, nei tempi lunghi nelle riprese e nella “sporcizia” di una fotografia povera ma pregna che si fa riflesso e testimone del degrado del mondo che circonda e opprime i protagonisti.
RARO perché… è un piccolo-grande film.
Voto: * * *½
Francesco Del Grosso