Dopo il successo planetario di “Shrek” era lecito attendersi dal nuovo cartone animato della Dreamworks qualcosa di piu’ di un indomito cavallo in cerca di liberta’, che corre a destra e a manca per salvare i buoni e punire i cattivi. Invece “Spirit” fa della retorica la sua ispirazione narrativa e sciorina con melensa abilita’ tutto un immaginario, ormai esaurito da tempo, di buoni sentimenti in offerta speciale.
Chiariamolo, nulla di personale contro i buoni sentimenti, ma una sempre piu’ sofisticata tecnica di animazione non puo’ e non riesce a sopperire alla carenza narrativa. La storia si affida alla voce narrante di Matt Damon, le banali canzoni di Bryan Adams fanno da collante ai diversi scenari, mentre la musica epica di Hans Zimmer spreme piu’ che puo’ il pathos delle intenzioni. Gia’, perche’ l’emozione latita alquanto e questo cavallo invincibile, supereroe, buono, forte, dalle mille vite, comincia quasi subito a stufare. Anzi, diventa proprio antipatico e non consente alcuna identificazione. Sembra quasi un film di propaganda, in cui la giustizia sta tutta da una parte e l’anelito di liberta’, spacciato per oggettivo, non prevede nessun compromesso.
La scelta di non far parlare gli animali e’ coraggiosa, ma il presunto realismo non trova supporto nella narrazione che procede per edificanti cartoline senza alcuna ironia. Il lato della medaglia che viene mostrato e’ quello del povero animale vittima di insostenibili soprusi, ma non viene mai messo in discussione che e’ proprio “Spirit” il primo a rompere i coglioni ai soldati accampati. Se la combinazione di fondali digitali e animazione tradizionale regala belle e spettacolari sequenze, la sceneggiatura non osa alcun approfondimento e inanella, senza tregua, luoghi comuni difficilmente digeribili. Le poche figure di contorno, in genere la vera forza dei film di animazione (l’indiano buono, la cavalla innamorata, il soldato cattivo) irritano per la semplicita’ e la problematicita’ solo apparente con cui sono caratterizzate.
Forse il lungometraggio e’ stato pensato per un pubblico prevalentemente infantile, ma anche se cosi’ fosse, perche’ continuare a propinare valori storpiati e false psicologie senza alcun spirito critico? E, soprattutto, perche’ trasformare in evento un plot da home-video con davvero poco da raccontare? Fortunatamente anche il pubblico americano ha risposto in misura inferiore alle aspettative. Vedremo come il film si comportera’ quando invadera’ a Natale i multiplex italiani. Gia’ fremono pop-corn, bollicine e pupazzi di peluche, forse le vere ragion d’essere del progetto!
Luca Baroncini